Intelligenti: si nasce o si diventa?

L'intelligenza può essere definita come la capacità di ADATTARE il proprio pensiero e la propria condotta a situazioni o condizioni nuove.

Questo comporta l'utilizzo di diverse abilità:

a) La capacità di risolvere i problemi, quindi di ragionare, cogliere le connessioni, utilizzare il pensiero in modo flessibile;
b) Le capacità verbali, di articolazione dell'eloquio, l'ampiezza del vocabolario, le diverse conoscenze acquisite;
c) Le competenze sociali e l'empatia.

Molto si dibatte sulla natura dell'intelligenza, soprattutto se essa sia innata e immodificabile oppure, e in che misura, subisca l'influenza degli apprendimenti, delle esperienze e della scolarizzazione.

CATTELL e HORN suddividono l'intelligenza in due componenti:

  • INTELLIGENZA FLUIDA: capacità biologica di base dell'apprendimento, indipendente dalle conoscenze acquisite. Raggiunge il suo picco massimo intorno ai 20 anni;

  • INTELLIGENZA CRISTALLIZZATA: capacità di utilizzare competenze, conoscenze ed esperienze. Aumenta soprattutto tra i 20 e i 30 anni e tende a rimanere stabile per tutta la vita.

Molti fattori influenzano lo sviluppo dell'intelligenza, e di certo il dibattito tra chi ipotizza l'esistenza di talenti innati e chi sostiene l'importanza fondamentale dell'esercizio e dell'impegno è tra i più antichi e forse più affascinanti.

Un recente studio dell'Università del Michigan si inserisce in questo dibattito portando un nuovo punto di vista: non importa tanto l'origine dell'intelligenza, quanto l'atteggiamento mentale.

L'esperimento dei ricercatori prevedeva la divisione dei partecipanti in due gruppi.

Un gruppo leggeva un articolo in cui si riferiva che l'intelligenza è determinata soprattutto dai geni.

L'altro gruppo leggeva un articolo diverso, in cui si sosteneva che l'intelligenza non dipende dai geni, ma dall'impegno con cui si affronta un compito.

Dopo la lettura dell'articolo, ai partecipanti di entrambi i gruppi sono stati dati dei compiti da risolvere. 

Gli sperimentatori hanno evidenziato come il secondo gruppo aveva risultati sempre migliori: l'articolo in cui si sottolineava l'importanza dell'impegno li aveva predisposti ad essere più attenti agli errori commessi, ad impegnarsi di più e quindi a migliorare di volta in volta la prestazione.

Questo esperimento, quasi banale nella sua semplicità, ha un valore molto importante, soprattutto per chi si occupa di formazione, in particolar modo nella scuola: impegnarsi a stimolare e a motivare all'apprendimento è una strategia efficace per favorire la performance.

Che relazioni efficaci tra educatori e discenti siano fondamentali, lo mostra un altro studio dell'Università di Oxford, in cui è stato valutata la relazione tra intelligenza e fiducia. La ricerca ha rilevato come ad una maggiore intelligenza siano correlati livelli di maggiore fiducia negli altri.

Allora forse ha davvero ragione il filosofo e pedagogo Bernard Bueb, quando afferma:

Nessun bambino è perduto, se ha un insegnante che crede in lui!

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